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Intervista a Karen Cleveland

  • Laura e Chiara
  • 19 mag 2018
  • Tempo di lettura: 5 min

Mercoledì 16 maggio abbiamo avuto il piacere e l'onore di partecipare all'intervista a Karen Cleveland. Era la prima volta che intervistavamo un'autrice di questo calibro, eravamo tutti pieni di aspettative e "timori", ma una volta iniziata l'intervista abbiamo scoperto una persona gentile e disponibile, assolutamente alla mano.

L'autrice, prima di dedicarsi alla scrittura, era un'analista della CIA. Dopo l'attacco dell'11 settembre, e dopo la morte di un suo caro amico in Iraq, ha sentito il bisogno di aiutare a proteggere il suo Paese e dedicarsi in particolare all'antiterrorismo. Il suo lavoro era tanto appassionante ed emozionante quanto impegnativo, soprattutto dal punto di vista psicologico, e dopo la seconda maternità ha capito di doversi prendere una pausa. Proprio durante questo congedo maternità ha deciso di avverare il suo sogno nel cassetto, quello di scrivere un libro. L'idea alla base del romanzo nasce proprio dalla sua esperienza. Karen racconta che quando si viene arruolati alla CIA "ti dicono di stare molto attenta" alle persone che ti si avvicinano, perché potrebbero essere agenti del controspionaggio o agenti segreti di altri paesi. Proprio agli inizi del suo lavoro ha incontrato quello che è il suo attuale marito, un uomo che le sembrava perfetto sotto ogni punto di vista, e per un momento ha avuto il sospetto che nascondesse qualcosa. "Naturalmente non è stato così, e mio marito è l'uomo meraviglioso che pensavo", ma questa idea non se ne andava dalla sua testa, e ha deciso di scriverla nero su bianco all'interno di un romanzo.

Ma partiamo con le domande: Qualche tempo fa c'è stato un grosso scandalo, Snowden, che ha messo in seria difficoltà molte nazioni e capi di stato, rivelando informazioni segrete. Una persona del suo calibro, come essere umano ma anche come scrittrice, cosa ne pensa dell'impatto e della responsabilità che si assume una persona che mette a rischio equilibri mondiali? Dal mio punto di vista, e da quello delle persone che hanno lavorato con me, il fenomeno del rivelare informazioni private a cui una persona ha accesso a livello professionale è una cosa terribile e da deplorare. Tutti i miei colleghi prendono molto seriamente l'obbligo di segretezza, perché il rischio è quello di mettere in pericolo persone e interi programmi. Le persone che si assumono queste responsabilità non hanno ben presente gli effetti che potrebbero provocare. Nel romanzo la protagonista, Vivian, prende decisioni decisamente controverse, e mi auguro che se mi fossi trovata in quella situazione avrei fatto scelte diverse, ma il gusto di scrivere una storia è anche quello di mettere a confronto questi due valori, la lealtà che lega Vivian a valori profondi del suo lavoro e dall'altro l'amore che prova per suoi cari.

Il libro è diventato un vero e proprio caso editoriale, su cui stanno

lavorando per una trasposizione cinematografica, come mai raccontarla dal punto di vista femminile?

Essendo io una donna e avendo lavorato per otto anni alla CIA come analista, come la protagonista del romanzo, mi è venuto naturale scrivere dalla prospettiva femminile . Non c'è niente di male nell'essere una donna e lavorare alla CIA, tanto che la metà dei miei colleghi sono donne. Piuttosto mi interrogo sul perché non esistano più film e più libri che raccontano l'esperienza di un agente o di un analista dal punto di vista femminile.

Rispetto al grande successo che ancora prima della pubblicazione il libro ha raccolto a livello internazionale, è stata un'esperienza pazzesca. Ho mandato il manoscritto a una serie di agenti, tra cui quelli di John Grisham che si è innamorato del progetto, e ventiquattro ore dopo avevamo offerte da parte dei più grandi editori americani, e nelle prime quarantotto ore avevamo una proposta d'acquisto anche da parte di una major. Mi sento molto fortunata perché non poteva andare meglio di così.

Personalmente il libro mi ha fatto riflettere sulla poca conoscenza che abbiamo delle persone. Siamo convinti di conoscere al 100% una persona, ma poi in realtà non è così perché anche le persone che ci sono più vicine nascondono dei segreti. Cosa ne pensa delle relazioni personali e domestiche, si trova d'accordo con questa considerazione?

E' vero, nella vita reale, specialmente quando incontriamo qualcuno da adulto, come spesso avviene nelle relazioni di coppia, non si ha modo di sapere se quello che ci raccontano del loro passato sia vero al 100% e puoi solo fidarti dell'immagine che dà di sè. Mi sembra un concetto interessante che mi ha fatta riflettere e dal quale sono partita per scrivere il romanzo. Nella gran parte dei casi, però, possiamo tranquillamente fidarci delle persone che ci circondato, mio marito in particolare è un ottimo bravo ragazzo.

In base alla sua esperienza sul campo, ha imparato o ci sono dei metodi per sapere se quello che racconta una persona sia vero, e quando una persona viene a sapere che quello che le è stato detto è falso, come dovrebbe reagire?

Per quanto riguarda il grado di verosimiglianza del romanzo, naturalmente la storia di Vivian non è una storia vera, ma una storia del genere potrebbe capitare. Non tanto tempo fa hanno arrestato delle spie russe negli Stati Uniti. Ho molta fiducia nel sistema di controlli che le agenzie come la CIA mettono in atto nei confronti dei loro dipendenti ma anche delle loro mogli o mariti. Alla CIA insistono molto sul fatto di fare rapporto su qualcunque cosa potenzialmente sospetta. Ed è la cosa che Vivian non fa nel romanzo, anzi quando il marito le chiede di compiere azioni che vanno contro il proprio lavoro, a favore dei russi, lei commette un grande errore, non raccontandolo a chi di dovere creando un effetto valanga, arrivando a un punto di non ritorno. Questa è una situazione molto reale, può capitare che un piccolo errore o una piccola svista possa creare una situazione disastrosa.

Recentemente ci sono stati molti film che hanno avuto come protagonisti delle spie: "Atomica bionda" e "Red Sparrow". Vorrei sapere la sua opinione in merito alla verosimiglianza dei fatti narrati in questi film. Secondo lei "sta in piedi" una trasposizione cinematografica di questo tipo rispetto alla realtà che vivono le persone che lavorano in un'agenzia governativa come la CIA?

Il rischio che spesso corre il cinema è quello di amplificare e non attenersi alla realtà.

Sono d'accordo, spesso sia nei libri che nei film ci sono degli elementi che sono completamente irrealistici, ma allo stesso tempo la realtà in cui viviamo oggi spesso è delirante. A volte le notizie che leggiamo sul giornale solo talmente assurde che qualunque esagerazione impallidisce rispetto a quello che succede davvero.

Nell'immaginario comune l'idea che abbiamo di queste agenzie governative è quella romanzata che ci raccontano serie televisive o prodotti di intrattenimento, probabilmente col rischio di sfalsare la reale pressione o il reale carico personale nell'essere un agente. Questo tipo di lavoro, nella realtà dei fatti, viene vissuto come un lavoro o come una missione con quel carico di "pathos" che traspare dalle produzioni televisive?

Effettivamente per la maggior parte della gente che vi lavora questo è molto più di un lavoro qualunque, si sente di avere una fortissima responsabilità. Io stessa sono entrata nell'agenzia in seguito all'11 settembre e alla morte di un mio amico. Molti di noi hanno questo tipo di motivazione intrinseca, e la maggior parte delle persone, al contrario di quello che ho scelto di fare io, restano nell'organizzazione per tutta la durata della loro carriera.

Una realtà che trovo abbastanza ingiusta è che l'agenzia è spesso oggetto di copertura mediatica negativa, tutti gli errori vengono evidenziati ed amplificati, mentre tutte le cose positive restano sotto traccia, e questo è un effetto particolarmente frustrante per chi vi lavora.

Ringraziamo l'autrice per la disponibilità, e la casa editrice per l'invito! E' stato un grande piacere. E aspettiamo il seguito di "Solo la verità"!


 
 
 

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